La sindrome di Standby, ovvero del non potercela fare a farcela (e non solo)

Ad alcuni capita di essere colti dalla sindrome di Stendhal. Ad altri, forse più numerosi e più inconsapevoli, invece tocca la sindrome di Standby.
La sindrome di Stendhal
è un c
omplesso di manifestazioni di disagio e sperdimento psichico conseguenti a una forte esperienza emozionale subita, in particolare, da visitatori di centri storico-artistici dove più forte e caratterizzante è il contesto culturale. […] L’analisi della sindrome ha messo in evidenza le complesse interazioni psicosomatiche che possono attivarsi in alcuni individui, con particolari condizioni psichiche predisponenti, quando il contesto ambientale favorisce gli aspetti di sradicamento rispetto alle proprie abitudini di vita (grazie, Internet).
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Inutile piangere (sulle uova rotte) – Omelette all’erba cipollina

Piangere è un brutto affare. Soprattutto d’estate. Se questo fosse davvero il migliore dei mondi possibili come dicono, d’estate piangeremmo granite. Al gusto della frutta che uno mangia. Mangi una fetta d’anguria, riguardi Love story, ti commuovi, e piangi granite d’anguria. Sarebbe perfetto. Invece no, si piangono calde, caldissime lacrime indipendentemente dalla stagione. E quindi d’estate è una sofferenza amplificata, e si finisce col pensare che la frase “non ho gli occhi per piangere” non sia poi così triste. A volte sarebbe davvero bello non avere gli strumenti per farsi un pianto.

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J’accuse (o "In difesa del panzerotto")

La libertà d’espressione è una cosa sacrosanta. Ma è anche vero che ci sono confini che non vanno superati. Perché se no, signora mia, si perde la bussola. Non è che siccome puoi fare quello che vuoi, allora puoi spostare Greenwich di un migliaio di km più a destra. O disegnare le sopracciglia alla Gioconda con l’UniPosca. O metterti a vendere panzerotti in un fast food.

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Cose divertenti che non farò mai più (?) – Quella volta che Bruce Springsteen voleva farci secchi

Per quale ragione una sociopatica dovrebbe infilarsi in una bolgia di sessantamila persone, e un pigro ostinato dovrebbe salire gradini e gradini per dieci minuti buoni e ballare per tre ore e mezza? Una delle pochissime ragioni – se non forse l’unica – per simili atti contro natura è la musica.
È una lunga storia, quella del rispondere sì al mio amico Sergio quando – sei mesi fa – mi ha chiesto se volessi accompagnarlo al concerto di Bruce Springsteen, il tre giugno, a San Siro.

Le polpette e l’immortalità dell’anima

Quella del tritacarne è un’immagine che rende perfettamente un susseguirsi di avvenimenti forti, positivi o negativi che siano, che in qualche modo sconvolgono il nostro essere e ci fanno sentire storditi, fuoriposto, rasi al suolo, con le coordinate tutte scombussolate.
Ma non è necessariamente la fine di tutto; il tritacarne può essere anche un inizio.
Magari l’inizio di cose buone, come le polpettine alla vodka e aneto.  Continua a leggere

Ma di lavoro che fai?

Che bello, fai la radio! Ma di lavoro che fai? 
Domanda tiracazzottoni che tutti quelli che lavorano in radio si sono sentiti porre almeno una volta nella vita.

Oggi è il primo maggio, Festa del Lavoro. E oggi è il mio primo giorno senza lavoro. Sì, perché – nonostante i luoghi comuni che indicano “Quelli che fanno la radio” come una manica di cazzeggioni – la radio era il mio lavoro. Ci ho campato (assieme ad altri piccoli lavori, perché signoramia di questi tempi chi te lo dà uno stipendio che basti da solo ad arrivare alla fine del mese) per anni.  Continua a leggere