Come non lamentarsi e portare l’antico vaso in salvo

L’incipit migliore sarebbe: Questa è una storia di resistenza, resilienza, e forza d’animo (magari letto con la voce di Vittorio Gassman). Ma in realtà questa è fondamentalmente la storia di un antico vaso che andava portato in salvo. Continua a leggere

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Laura Palmer per amica

Molte delle persone che conosco vorrebbero giornate di almeno trentasei ore: “per fare più cose”, dicono. Il piccolo Murphy che vive nella mia testa, però, sa bene che ne deriverebbe soltanto una maggior quantità di non meglio identificati fastidî e non risolveremmo granché. Ecco perché io invece vorrei che nelle canoniche – e sufficientemente ricche di insidie – ventiquattro ore di ogni giornata ci fosse semplicemente più tempo per fare le cose che mi piacciono. Ed è in questo utopico mondo che, tra mille altre cose più o meno frivole, io riuscirei anche a guardare tutti i telefilm che mi interessano.  Continua a leggere

Come consegnare entro ieri e godersi l’arcobaleno

Dal brillante creativo al meticoloso piastrellista, chiunque abbia a che fare per lavoro con la figura mitologica del Cliente – metà (se tutto va bene) essere umano, e metà pura Esigenza – attraversa un percorso di emozioni più o meno standard che partono dal momento in cui il lavoro viene commissionato fino a quello della sua realizzazione-completamento-consegna. Continua a leggere

La sindrome di Standby, ovvero del non potercela fare a farcela (e non solo)

Ad alcuni capita di essere colti dalla sindrome di Stendhal. Ad altri, forse più numerosi e più inconsapevoli, invece tocca la sindrome di Standby.
La sindrome di Stendhal
è un c
omplesso di manifestazioni di disagio e sperdimento psichico conseguenti a una forte esperienza emozionale subita, in particolare, da visitatori di centri storico-artistici dove più forte e caratterizzante è il contesto culturale. […] L’analisi della sindrome ha messo in evidenza le complesse interazioni psicosomatiche che possono attivarsi in alcuni individui, con particolari condizioni psichiche predisponenti, quando il contesto ambientale favorisce gli aspetti di sradicamento rispetto alle proprie abitudini di vita (grazie, Internet).
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Inutile piangere (sulle uova rotte) – Omelette all’erba cipollina

Piangere è un brutto affare. Soprattutto d’estate. Se questo fosse davvero il migliore dei mondi possibili come dicono, d’estate piangeremmo granite. Al gusto della frutta che uno mangia. Mangi una fetta d’anguria, riguardi Love story, ti commuovi, e piangi granite d’anguria. Sarebbe perfetto. Invece no, si piangono calde, caldissime lacrime indipendentemente dalla stagione. E quindi d’estate è una sofferenza amplificata, e si finisce col pensare che la frase “non ho gli occhi per piangere” non sia poi così triste. A volte sarebbe davvero bello non avere gli strumenti per farsi un pianto.

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