Le scuole medie non finiscono mai

Sto scrivendo questo post da giorni, perché ogni giorno ne succede una e mi cambia l’incipit. “Oggi ho dovuto rispondere alla domanda «e tu a casa tua quanti migranti ospiti?!??!»”,“Le famiglie omosessuali non esistono”, e così via, verso nuove vette di dadaismo agghiacciante. L’ultima è “Diverse associazioni hanno proposto di indossare una maglietta rossa come segno di solidarietà ai migranti che muoiono in mare, e diversi esponenti politici hanno etichettato tutto come un’ipocrisia dei ricchissimi radical chic”.

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Signora Meloni, ammiriamo comunque il suo sforzo di indossare le maniche lunghe a luglio, e sotto la luce del Faro di Alessandria.

E poi, sto scrivendo questo post da giorni perché tenevo un sacco di lavatrici da fare, e soprattutto perché è difficile (scrivere, non la lavatrice).
È difficile trovare un nome al nugolo di sintomi che mi segue costantemente da qualche settimana, come la Nuvola dell’Impiegato: paura, rabbia, senso di impotenza, nausea, bruciore di stomaco, tachicardia, sconforto.

A tratti di più e a tratti di meno, mi sono sempre interessata di politica. La trovo una cosa normalissima per stare al mondo, dal momento in cui si realizza che c’è un legame più che diretto tra quello che succede nei palazzi del potere e quello che succede nel palazzo in cui abitiamo, e viceversa.

Negli ultimi tempi, questo legame è diventato un circolo pericolosamente vizioso, e a una politica urlata corrisponde sempre più una reazione popolare incontrollata e incontrollabile. E le cose si fomentano a vicenda. Chi governa fa leva su quel malumore latente che sempre esiste (lo troviamo da sempre sui libri di storia, “Il malcontento serpeggiava nella popolazione”): gli si trovano cause, non necessariamente oggettive perché poi è anche utile coprire le lacune scegliendo un bel caprone espiatorio, e si alimentano le reazioni, anziché lavorare quietamente per trovare soluzioni; dall’altra parte, il malcontento che serpeggia nella popolazione non aspetta altro che questo, perché lambiccarsi su quale sia la vera fonte di quel malcontento è troppo faticoso, è difficile, e non è comodo per niente. È come se all’improvviso tutti fossero stanchi di ragionare, e lasciassero ragionare qualcun altro al posto loro, in qualsiasi direzione, verso qualunque bestialità, purché li aiuti a sfogarsi.

In tre parole, “laggente è stufa”: e in questa stufa rischiamo di bruciare tutta la nostra umanità. Va detto che è comodo, eh: qualcuno indica un punto, e verso quel punto si abbaia; in modo paurosamente contagioso, in un telefono senza fili dove i significati e gli accadimenti vengono via via travisati, e si finisce col non chiedersi più neanche se sia giusto, se sia umano. E chi prova a fare il contrario, ad avere un atteggiamento empatico, costruttivo, senza urlare, chi si sforza di ragionare ancora con un minimo di senso critico è un buonista, un saccentello, uno che non sa cosa sia il Paese Reale.

Davanti a tutto questo, mi è capitato di provare anche vergogna; ho pensato che mi vergogno di essere italiana, se l’Italia è questa.

Poi mi sono guardata attorno, e mi sono accorta che l’Italia non è solo questa, che ho la fortuna (e forse pure un poco la capacità) di avere nella vita persone che invece mi fanno provare orgoglio. Queste persone esistono, più o meno vicino a me (fisicamente e/o affettivamente), e sono loro che mi fanno sperare che resistere sia possibile. Perché di resistenza spesso si tratta: resistere al brutto, resistere alla banalità del male. Mi vergogno di appartenere non allo stesso Paese, ma financo alla stessa specie di chi fa ironia sui morti in mare e ne strumentalizza le sorti. Ma io, questa è la verità, non mi voglio vergognare, perché io non sono un ministro che tira fuori battute atroci e che – delitto su delitto – manco fanno ridere.

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Neanche gli autori del Bagaglino strafatti di crack andato a male.

Si vergogni invece chi ride di chi muore in mare; si vergogni chi ritiene saccente qualcuno che semplicemente sceglie di informarsi su quello che succede, da più fonti; si vergogni chi pensa di saperne di vaccini più di un medico, di economia più di un economista, di politica estera più del parlamento europeo. Si vergogni chi pensa che offrire solidarietà a chi è disperato dipenda dal fatto di non capire cos’è la disperazione, e non – invece – dal fatto di capirla forse più di altri. Si vergogni chi non crede che si possa essere solidali coi migranti anche senza Rolex e vivendo in un bilocale in Italia. Si vergogni chi misura tutto coi soldi, senza pensare che non è coi soldi che si misurano l’umanità, la capacità di discernere politiche severe da paurosi ricorsi storici, la capacità di maturare da sé un parere su qualsivoglia questione.

Ognuno si vergogni per sé, partendo dalla presa di coscienza dei propri angoli di barbarie.

Io non mi voglio vergognare per conto terzi, voglio resistere. Resistere al brutto, fuori e anche dentro di me; perché prendere a parolacce la persona che mi ha chiesto quanti immigrati ospito a casa mia sarebbe stato facile (ancora più facile sarebbe stato dirgli che vivo in una casa piccola e quindi più di un paio non ce la farei, come se poi tutto si risolvesse col couchsurfing). Un poco più impegnativo è rispondere a queste e altre provocazioni da scuola media – una gigantesca scuola media dove i bulli si fanno forza tra loro – con lucidità, comprensione, e un poco di sana ironia. Lucidità che verrà vista come saccenza, comprensione che verrà vista come buonismo, e ironia di cui noialtri radical chic saremmo pieni (la teniamo a pacchi nello stesso cassetto dei Rolex): pazienza. È ovvio che non sempre si riesce a mantenere una calma olimpica, ma insomma ci siamo capiti.

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Biff Tannen dà del buonista di merda a Marty McFly.

Non posso sapere se sta servendo a qualcosa, ma so che non posso fare altrimenti, e che questa è una delle tante forme di resistenza possibili: se molto di questa involuzione parte o passa dai social network, dal borbottio in coda alla posta o al supermercato, anche la resistenza a tutto questo deve passare dagli stessi canali. Verrò menata? Forse. Mi sentirò ancora dire che sono una buonista/saccente/ipocrita che non sa stare al mondo? Sicuro. Me ne frega qualcosa? No.

Mi importa invece del fatto che chi resiste alla Grossa Scuola Media quella vergogna di essere italiano non la deve sentire. Non c’è da vergognarsi di provare empatia, di impegnarsi ad accogliere chi cerca di costruirsi un futuro come cerchiamo di fare tutti. Non c’è da vergognarsi perché si vuol capire come stanno le cose, migliorare, studiare; non mi devo vergognare di saper usare qualche parola composta da più di tre sillabe, di aver letto qualche libro e di voler leggerne altri, di volermi confrontare con chi la pensa come me e diversamente da me; non mi devo vergognare di non urlare, e di voler condividere i miei diritti con altre persone, anche se non sono ricca, e anzi forse proprio perché non lo sono.
E più di tutto, non mi voglio vergognare di essere italiana, perché conosco degli italiani bellissimi.

 

 

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