Tutto questo è noia

Questo post parte dal salmo qualunquista n.78: “Oh, signoramìa, quanto vorrei avere il tempo d’annoiarmi pure io, che non ho mai tempo di far nulla”. Oggigiorno, infatti, (signoramìa) annoiarsi è nel novero delle emozioni rare: facciamo di tutto per impegnare ogni singolo minuto delle nostre giornate, e se non lo facciamo noi ci pensano la vita, l’universo e tutto quanto. Così è andata a finire che il concetto di noia è un po’ sbiadito, nei nostri affollati cervellini, e non riusciamo più ad averci a che fare. E quando ci assale la noia ineluttabile, quella che per forza di cose dobbiamo subire, senza possibilità di sostituirla con altre emozioni più stimolanti (un discorso con qualcuno che proprio non possiamo evitare, un compito che solo noi possiamo eseguire, IL WI-FI CHE NON FUNZIONA, eccetera), non siamo più in grado di gestirla e rischiamo di diventare un tantino più insofferenti del necessario.
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Quel che occorre, però, non è eliminare la noia dalla nostra vita, perché sarebbe impossibile: la noia esiste, per quanto noi proviamo ad aggirarla, sconfiggerla, far finta che non ci riguardi (perché fa più figo dire che non s’ha tempo neanche per annoiarsi); ciò che occorre è dare nuova dignità alla noia, e renderla di nuovo un’emozione “normale”, o quantomeno gestibile. La vita non è “troppo breve per annoiarsi”: la vita è troppo breve per annoiarsi male.
Qualcuno, come sempre più avanti di me e più intelligente di me, ha pensato bene di rieducare il genere umano alla noia in modo serio, professionale, e competente. Utilizzando una delle armi che di solito procurano più facilmente quella noia ineluttabile di cui sopra: le conferenze. Ma non conferenze a casaccio, bensì una vera e propria conferenza volutamente noiosa.
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Ogni anno a Londra si svolge infatti la Boring Conference: un evento per celebrare “il banale, l’ordinario, l’ovvio”. Si analizzano, dunque, selezionate questioni noiosissime come il russare, i toast, il ronzio dei distributori automatici, i codici a barre, le linee gialle delle stazioni, e così via.
Alla fine, molto probabilmente, si scopre che tutte queste cose non sono poi così noiose e ovvie.  Ci si allena alla noia, ad affrontarla con spirito curioso e costruttivo, a essere – in una parola – inannoiabili, come scrive David Foster Wallace nel “Re Pallido”:

La chiave è la capacità, innata o acquisita, di trovare l’altra faccia della ripetizione meccanica, dell’inezia, dell’insignificante, del ripetitivo, dell’inutilmente complesso. Essere, in una parola, inannoiabile. (…) È la chiave della vita moderna. Se sei immune alla noia, non c’è letteralmente nulla che tu non possa fare.

Essere inannoiabili, dunque, rende più forti e produttivi, senza contare che – se si riesce a gestire la noia con un certo aplomb – si guadagnano parecchi punti di carisma e sintomatico mistero.

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Probabilmente sta pensando le peggio cose, ma vuoi mettere con quale stile.

Forse non tutti sanno che la Boring Conference è nata in risposta alla cancellazione della Interesting Conference. Questo lascerebbe spazio a righe e righe di elucubrazioni che però renderebbero questo post sulla noia davvero noioso e finiremmo così nel meta-blogging, e non è il caso.
È il caso invece di sapere che l’ideatore della Boring Conference (di cui a maggio si è tenuta la sesta edizione) è anche l’autore di “Avventure nella cancelleria: un viaggio nel vostro astuccio”, che – inutile dirlo – pare sia un libro meravigliosamente noioso.

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