Come non lamentarsi e portare l’antico vaso in salvo

L’incipit migliore sarebbe: Questa è una storia di resistenza, resilienza, e forza d’animo (magari letto con la voce di Vittorio Gassman). Ma in realtà questa è fondamentalmente la storia di un antico vaso che andava portato in salvo.

Gli esseri umani non sono macchine infallibili, e questo assioma è vero soprattutto alle sette meno un tot del mattino, con trenta gradi, l’umidità di una sauna, e pochissime ore di sonno alle spalle. Perciò esistono persone ben più previdenti di me che preparano la tavola per la colazione la sera prima e alle quali mai verrebbe in mente di ottimizzare le finestre temporali delle loro caotiche vite mettendosi a fare un po’ d’ordine in casa all’alba, approfittando di quel quarto d’ora prima di uscire.

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Invece io, proprio in uno di questi momenti di ottimizzazione delle forze e del poco tempo trascorso nel mio piccolo castello, sistemando una cosa qui e preparando una colazione lì (in realtà sempre “qui”: casa mia è piccola) ho maldestramente fatto cascare una coppa giapponese che avevo accuratamente scelto tra mille, in un ameno ed elegante negozio di cinogiapponeserie, per poter preparare un tè matcha come si deve. Il matcha non lo puoi preparare in una mug, con tutto quello spazzolare l’acqua che richiede spazî ben precisi.

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Insomma, a questa tazza tenevo parecchio (sebbene ne avessi acquistate due), per una serie di ragioni, ma a ben pensarci tengo a tutte le tazze che possiedo. Il punto vero è che lo choc di vederla scivolare quasi al rallentatore verso il pavimento, senza la possibilità di poter in alcun modo agire per recuperarla, vedendola così spatafasciarsi al suolo in un consistente numero di pezzi proprio sotto i miei occhi ha innescato un piccolo capitombolo anche nel mio cuore, che si è sentito andare in frantumi proprio come la mia defunta porcellana. Certo, i trenta gradi e l’umidità di una sauna e le poche ore di sonno alle spalle citati poco fa non hanno certamente aiutato il mio umore, che a questo punto – come aveva fatto la tazza verso il suolo – era inesorabilmente rovinato pure lui.
Le cose sono cambiate quando, qualche ora più tardi, mi è tornato in mente il kintsugi. Se una tazza rotta può avere il potere di influire tanto sull’umore di un’intera giornata, perché non provare a far sì che questa influenza non sia proprio tutta negativa?

Il kintsugi (questo andrebbe letto dalla voce di Piero Angela) è una pratica appartenente alla cultura giapponese, e consiste nel riparare il vasellame usando l’oro per riunire tra loro i frammenti, rendendo di fatto preziosa la frattura stessa, e al contempo ricostruendola. In questo modo ci si prende cura delle cose, e si ottiene un oggetto che proprio in virtù delle sue ferite è diverso ma più bello e prezioso di prima, ed è unico al mondo, perché non c’è effettivamente un vaso che si spatafasci in modo identico a un altro in tutto l’universo (così come non esiste il verbo “spatafasciarsi”, lo so bene).

Quindi mi sono procurata il materiale necessario: colla epossidica bicomponente (ferramenta) e pigmento dorato in polvere finissima (negozio di belle arti).

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Mi sono conciata in modo improponibile, indossando guanti (per evitare l’effetto Goldfinger) e mascherina (perché il pigmento è davvero super volatile, e maneggiare polveri sottili col raffreddore – sì, il raffreddore a luglio – richiede un minimo di protezione in caso di starnuti improvvisi), e ho pazientemente sistemato i cocci della mia tazza, accertandomi di averli recuperati tutti.

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Poi ho impastato la colla con il pigmento – una parte di pigmento per ogni tre di colla – e ho spalmato il composto su uno dei lati di ogni frammento, tenendolo in posa per un po’ per lasciarlo aderire bene, prima di passare al pezzo successivo. Non ho impastato tutta la colla necessaria in una sola volta, perché in pochi minuti l’impasto inizia a seccarsi, quindi conviene creare di volta in volta la dose necessaria per saldare un solo frammento.

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Alla fine, con un risultato decisamente non all’altezza dei maestri giapponesi, e con le mie impronte dorate ovunque, la mia tazza è tornata, diversa da prima in virtù delle sue cicatrici, ma proprio per questo più preziosa e di valore, ché non darla vinta alle lamentazioni non ha prezzo, soprattutto se ci si riesce senza elicottero e senza scolarsi una bottiglia di amaro.

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