Cose divertenti che non farò mai più (?) – Quella volta che Bruce Springsteen voleva farci secchi

Per quale ragione una sociopatica dovrebbe infilarsi in una bolgia di sessantamila persone, e un pigro ostinato dovrebbe salire gradini e gradini per dieci minuti buoni e ballare per tre ore e mezza? Una delle pochissime ragioni – se non forse l’unica – per simili atti contro natura è la musica.
È una lunga storia, quella del rispondere sì al mio amico Sergio quando – sei mesi fa – mi ha chiesto se volessi accompagnarlo al concerto di Bruce Springsteen, il tre giugno, a San Siro.
Un sì che è diventato una delle cose divertenti che non farò mai più (?).

Per giorni abbiamo controllato il meteo per il 3 giugno, e sembrava avrebbe dovuto essere l’unico giorno di basse temperature e piogge abbondanti di tutta la settimana. Esco di casa attrezzata, col mio bell’impermeabilino rosso, e un maglioncino in borsa che-non-si-sa-mai, e naturalmente ci sono trenta gradi, e un sole che spacca le pietre.

Poco male, penso. Finché non dobbiamo infilarci dentro la metropolitana piena come fossimo a Tokyo, grazie al fatto che c’è anche un provvidenziale sciopero dei mezzi pubblici e tutti hanno pensato di prendere l’ultima metro disponibile per arrivare a San Siro. Che telepatia, questi springsteeniani.
Forse non tutti sanno che lo stadio Giuseppe Meazza non proietta un’ombra. Probabilmente ne proietterà una durante tutto l’anno, ma il 3 giugno 2013, dalle sei alle sette di pomeriggio, con una temperatura vergognosamente alta, e il sole che spacca le pietre di cui sopra esso no, non ha proiettato alcuna ombra.
In balia di tutto ciò, in un raro momento di lucidità, decidiamo di cercare il nostro ingresso e metterci in fila per entrare: almeno sugli spalti ci sarà ombra e potremo sederci.
“Dai, Sergio, troviamo la coda della fila e iniziamo…”, dico percorrendo a ritroso un serpentone lunghissimo.
Finché non vedo una faccia conosciuta. No, nessun componente della E Street Band è in fila per entrare: semplicemente inizio a rivedere facce che avevo già visto in coda. Dopo qualche secondo di smarrimento mi rendo conto che siamo davanti a un classico esempio di coda che si morde la coda: questa fila è a forma di “8”, non ha alcun senso e probabilmente questa gente morirà qui, aspettando di entrare a San Siro in un torrido pomeriggio di giugno. Avendo posti numerati, per giunta, il che rende tutto ancor più insensato.
Sarei morta lì anch’io, se Sergio non mi avesse proposto qualcosa che è totalmente contro il regolamento che ho affisso alle pareti della mia scatola cranica: saltare la fila.
Per saltare una chilometrica fila nonsense di springsteeniani in attesa sotto il sole occorrono:
  • un paio di occhiali da sole con lenti scure
  • una massiccia dose di faccia ignorante
  • un complice
  • mappe, volantini, generici fogli di carta da tenere in mano

Iniziate a camminare con lentezza, assieme al vostro complice, verso metà dell’ultimo troncone di fila prima dell’ingresso. Indossate i vostri occhiali scuri, la vostra faccia ignorante, e fingete di leggere qualsiasi foglio di carta stiate tenendo in mano. Guardatevi attorno come se l’ultimo vostro pensiero fosse la fila. Ora accostatevi in maniera tangente alle persone in coda, ma non intrufolatevi ancora. Siate pazienti e continuate per qualche metro a camminare tangendo la fila, e ignorandola, scambiando chiacchiere col vostro complice e guardando da tutt’altra parte. Quando siete arrivati quasi all’inizio della fila (è importantissimo non tentare l’arrembaggio alla testa, sarebbe troppo palese e verreste subito scoperti e cacciati in fondo), fate dei piccolissimi passi di lato, inserendovi in uno spiraglio ampio a sufficienza e continuando a fare gli gnorri. Questa è la parte più importante: non attentare alla testa, e continuare a fare gli gnorri per un po’, come se foste finiti in fila totalmente per caso e non ve ne importasse nemmeno poi tanto. Restate così, ottusi e ignoranti, per qualche minuto ancora, e il gioco è fatto.
Noi siamo stati aiutati anche dal fatto di esserci piazzati davanti a dei francesi che litigavano tra loro. Come padroni di casa, ci siamo anche sentiti in completo diritto di metterci davanti a loro. Non ha senso, è un ragionamento molto meschino, ma vi assicuro che al momento mi ha convinta a sedare ogni senso di colpa.
Il mio amico Sergio è il tipo di persona che prende il motorino per fare due isolati. Nel motivarlo a salire fino al secondo anello di San Siro mi sento come quando Duke e Paulie motivano Rocky a spaccare la faccia a Ivan Drago. Ci sistemiamo finalmente sui nostri bei seggiolini rossi numerati, e ci godiamo per un po’ il colpo d’occhio sullo stadio che inizia a riempirsi in ogni ordine di posto.
Quando Bruce Springsteen arriva sul palco e inizia a suonare, ci metto poco a capire perché lo chiamino “The Boss”. Io sarei collassata chiedendo pietà e cinque minuti di pausa già dopo la terza canzone. Quello invece ci tiene vivi, attivi e felici per tre ore e mezza. Tre ore e mezza senza fermarsi un secondo, senza annoiarsi né annoiare, correndo, ballando, cantando, suonando, parlando, e zompando sui pianoforti.
Ok, sì, non zompa più come dieci anni fa, è più un salirci sopra in fretta. Ma il signore in questione ha più di sessant’anni. E dopo il concerto, e dopo la pantomima di “Ok dai usciamo ancora e suoniamone altre”, esce ancora e suona una versione potenzialmente fatale di Twist and shout e di Shout, tenendo in mano sessantamila persone come fossero i suoi pupazzetti, facendoci fare quello che voleva, ballare, saltare, cantare, stenderci a terra – con somma gioia di Sergio che, a questo punto, è ridotto a un’ameba – e rialzare a fare i cretini per altri venti minuti ancora. Voleva ucciderci, è chiaro.

Ma alla fine ha avuto pietà di noi, e della povera E Street Band, che ha mandato a riposare per poi tornare sul palco, da solo, a farci venire copiosi lucciconi con una versione di Thunder road da brividi. O forse era la febbre, non lo so.
Da San Siro si esce vivi, per fortuna; gli springsteeniani mi sono sembrati persone carine. Intere famiglie – tre generazioni tre – muovono imbambolate verso le uscite, con le consuete file all’italiana, ovvero un imbuto di gente ammucchiata alla bell’e meglio.
E se per arrivare a San Siro ci abbiamo messo poco più di mezz’ora, camminata sotto il sole inclusa, al ritorno pensiamo di prendercela comoda, e usare un bus ATM che ci porti in metro e poi a casa. Risparmieremo tempo e fatica, abbiamo pensato, scaltre faine.
Per tornare a casa ci ho messo due ore.
Il bus dell’ATM (con le sospensioni rotte, tanto per farci pure male, come se non bastassero la folla e il caldo) altro non è che il set di un film horror, di quelli che iniziano con un momento felice, tipo – che so – la fine di un bellissimo concerto, e poi tutti salgono allegri sul bus, e poi capisci che l’autista è un pazzo omicida che li sequestra tutti e non li fa mai più scendere e li tiene lì a morire di caldo e di stenti fra atroci sofferenze. Ci tiene ostaggio per le vie di mezza Milano, facendo inspiegabilmente il percorso più lungo per portarci alla metro (“inspiegabilmente” si fa per dire: vuole ovviamente ucciderci), ulteriormente rallentato dal traffico infernale del post-concerto.
Ottima idea stare per ore sul bus della morte per evitare di camminare dieci minuti, ottima idea davvero.
Con questa trovata geniale, siamo riusciti a prendere una sola delle due metro necessarie a tornare a destinazione, ma almeno ho fatto in tempo a vivere la fondamentale esperienza di un francese ubriaco che ti si spalma addosso mentre tu cerchi di non toccare nessuno perché sono tutti sudati da fare schifo (te compresa, ma mi concederete che il sudore di un estraneo francese ubriaco mi faccia più schifo del mio). Ci siamo dunque giocati l’ultima metro, e solo dopo una sana botta di zuccheri fornita da provvidenziali caramelline gelée ritrovate in borsa, si è trovata la lucidità necessaria a chiamare un taxi (che ovviamente aveva le sospensioni rotte pure lui) che ci ha portato ai rispettivi letti.
Sergio (al suo quindicesimo concerto di Springsteen) dice che una fatica del genere non la farà mai più.
Io non lo so. Magari la prossima volta mi porto più caramelle.

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