Il tempo passato a fare dolcetti non è mai "perdu"

Nel suo À la recherche du temps perdu, Marcel Proust ha lasciato una memorabile pagina di letteratura (che i più gggiovani tra voi etichetteranno presto come “sbobbone indigeribile”) sulle madeleine.
«Non poteva semplicemente dire “Va’ che bel biscottino, mi ricorda quand’ero piccolo!”?».

No, perché così non se lo sarebbe ricordato nessuno, cretinetti, per quanto si tratti di un’intuizione semplice e universalmente condivisa.
Certo, questo getta un ancor più fitto alone di mistero sul successo dei libri di Fabio Volo, ma tant’è.
Il punto qui sono le madeleine. Proust ne assaggia una, e gli si riapre tutto il mondo della sua infanzia, inossidabilmente legato al sapore delizioso di quei dolcetti, a quando la zia Léonie, la domenica, gli dava un boccone di madeleine inzuppata nel tè. E dimentica la stanchezza, i disastri della vita, la mortalità stessa:

J’avais cessé de me sentir médiocre, contingent, mortel.

È chiaro che il trucchetto stava nel fatto che Proust aveva legato alle madeleine dei ricordi felici della sua infanzia, e mangiando quello stesso dolce dopo tanto tempo ha risvegliato quella stessa felicità nel suo cervello, sentendosi fuori dal tempo e felice come allora.
Ma ho pensato che comunque, per essere così potente, quel dolcetto francese dovesse avere qualcosa di magico, a suo modo.
E così ho provato anche io a fare le madeleine.
Ho setacciato 120 grammi di farina, ci ho aggiunto 100 grammi di zucchero, un pizzico di sale e 8 grammi di lievito per dolci.
Poi ho fuso 100 grammi di burro (ecco, il profumo del burro fuso mi rende sempre felice, per un motivo che forse un giorno un bravo analista mi aiuterà a capire; forse perché è preludio di dolcetti), sbattuto 2 uova, a cui ho aggiunto 7 gocce di aroma alla vaniglia. La ricetta originale prevede aroma alla mandorla, ma io sono una fan della vaniglia, siate buoni.
Ho aggiunto alle polveri prima le uova e poi il burro. L’impasto deve essere liscio e quasi liquido, un po’ più liquido di una crema pasticcera, per intenderci. Per dare la giusta consistenza, si aggiunge del latte (q.b.).
Ho fatto riposare in frigo il composto ottenuto per un’ora circa (anche mezz’ora andrà bene, ma non di meno).
Ho riempito per tre quarti le formine a forma di conchiglia dello stampo per madeleine che due dei miei più cari amici mi hanno portato da Parigi.
Le madeleine cuociono per dieci minuti a 200° (prendono quella forma caratteristica con quella panzetta che a loro tanto sta bene) e altrettanti minuti circa a 180°; o comunque finché non le vedrete ben dorate anche sulla suddetta panzetta.

Quando le ho assaggiate, ebbra del profumo che si stava diffondendo da minuti in tutta la casa, non mi è venuta in mente l’infanzia di nessuno, ovviamente. E non mi sono sentita immortale, né fuori dal tempo.
Ma era perché dovevo ancora farcire le madeleine del mio personale ricordo, il click che riportava Proust al suo rapporto felice con la zia Léonie e con la vita.
Così le ho condivise con le persone che preferisco, che di bei ricordi me ne regalano ogni giorno. E ho visto i loro occhi e i loro sorrisi: adesso anche io potrò trovare un mondo felice dentro un dolcetto francese.

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