Biografilm Festival – Parte II (Nobody Expects the Spanish Inquisition!)

>With audio clip (instructions below)
Arriva così il sabato in cui dovrei fare l’intervista al Signor Palin. Cerco di godermi il più possibile la mattinata, anche se continuo a pensare a intermittenza alla serie di possibili catastrofi che potrebbero capitare nel pomeriggio.
Come, ad esempio:

Le pile del registratore si scaricano e non trovo più quelle di riserva che mi sono portata (quattro, per la cronaca).
La batteria dell’iPhone che userò come secondo supporto di registrazione, si scarica.
Mi si secca la bocca e non ho nemmeno una goccia d’acqua a portata di mano.
Tossisco e non riesco a parlare.
Dimentico tutto l’inglese che so.
Riesco a fare a Michael Palin l’unica domanda al mondo che gli fa saltare i nervi e lui mi caccia via urlando.
Mi si rompe una gamba e non riesco ad andare alla Manifattura.
Eyjafjallajökull erutta di nuovo e Palin resta bloccato a Sheffield.
Io vengo rapita dagli alieni.
Michael Palin viene rapito dagli alieni.
Gli alieni impediscono a Palin di rilasciare interviste.
E così via.
Dopo aver pranzato in un grazioso locale tra i 38km di portici di cui è disseminata Bologna, torno in albergo per sistemare le domande da brava secchiona. Alieni permettendo, ovviamente. A volte, paradossalmente, è più facile intervistare qualcuno che non si conosce molto bene. Se intervisti uno che segui da sempre, ti sembra di sapere già quasi tutto e ti sembra che tutte le domande siano banali. Però il lato positivo è che quel quasi può essere un ottimo punto di partenza, e che hai delle domande che hai covato probabilmente per anni, e che probabilmente sai anche cosa non è il caso di chiedere. Insomma, lati positivi e meno positivi, come in tutto.
Ricevo una mail della Signorina Ufficio Stampa: “Cara Adele, l’intervista è anticipata di tre quarti d’ora rispetto al tuo appuntamento”.
Ricordate la scena de L’aereo più pazzo del mondo in cui lampeggia un’insegna con scritto “No panic”? A un certo punto l’aereo attraversa una turbolenza e su quella stessa insegna inizia a lampeggiare la scritta “Ok, panic”. Bene, quell’insegna è nel mio cervello.
Per fortuna sono addestrata a lavorare in condizioni di panico e a gestire gli imprevisti (sembra una frase da colloquio di lavoro… beh, se qualcuno leggendo volesse assumermi per un lavoro figo e ben pagato: parliamone.). Perciò arrivo alla Manifattura con il mio Compagno d’Avventura/Operatore addirittura in anticipo.
Ma sono comunque già nel pallone. Continuo a ripetergli “Oh, Michael Palin…”, imbambolata, ogni ventisei secondi circa. Che persona paziente.
Vedo arrivare un po’ delle persone e personalità ospiti di questo sabato al Biografilm. A un tratto arriva anche il rampante signore in sneakers, jeans e impeccabile camicia a maniche lunghe (nonostante il caldo atroce). Mi viene in mente la cosa più banale del mondo: che strano vederlo fuori da uno schermo.
“Oh, Michael Palin!”
“Sì, Ade, ho capito… Michael Palin… aspettiamo qui e stai calma.”
“Oooh! Michael Palin!”
“E sì, sì… stai buona, arriverà tra poco”
“Noooo! Quello! Lì! C’è lì Michael Palin!”
Aspettiamo un tempo apparentemente infinito, prima che venga il mio turno di intervistarlo (eppure siamo soltanto in due, sulla scheda di oggi). La giornalista che mi precede gli porta via troppo tempo, lui ha più volte spiegato che vorrebbe tornare in albergo prima della serata dedicata a Peter Sellers.
Forse questa giornalista sta con gli alieni. E mi sta sabotando.
Nel frattempo, ho finalmente conosciuto di persona la Signorina Ufficio Stampa, Alice – una ragazza davvero gentile (le dovrei davvero offrire da bere!). E Alice, ora, sta facendo conoscenza con la parte feroce di me. La fisso come se volessi inchiodarle le mie parole nel cuore: “Alice. Io devo fare questa intervista.”
Lei mi sorride e mi dice di stare tranquilla. Il signor Palin mi guarda e sorride (ottimo: pensa già che io sia una svitata).
Mentre la parte feroce di me si è data da fare, finalmente la giornalista aliena ha terminato. E posso iniziare a balbettare davanti a uno dei pochissimi miti che mi sono concessa il lusso di avere nella vita.
Quando mio padre mi ha chiesto chi sia per me Michael Palin, gli ho risposto “Pa’, è un po’ come se un cattolico incontrasse il papa”.
Ho un registratore digitale e un iPhone, come dicevo, così li aziono, mi assicuro che registrino e intanto tengo il mio taccuino nell’altra mano. Tutto questo sembra divertire il signor Palin, che a questo punto deve pensare definitivamente che io sia una pazza.
E io penso definitivamente che non sia una cosa totalmente brutta.
Così ci mettiamo comodi e iniziamo a chiacchierare, senza pensare troppo al tempo che abbiamo a disposizione. Gliel’ho detto, “sarà breve e non le farò del male”.

Iniziamo dalla sua passione per i viaggi: nel corso degli anni, è venuto fuori che lei non vuole fare il boscaiolo, ma vuole fare l’esploratore…
Oh beh, voglio fare anche l’esploratore, ma è un tantino pericoloso: potrei essere colpito da un albero…
Ma anche fare l’esploratore può essere pericoloso…
Già, è avventuroso, mi piace molto.
Come ha scoperto che le piaceva così tanto?
Volevo fare l’esploratore già da quando avevo nove anni. Leggevo i libri dei viaggiatori nel passaggio a Nord-Ovest, al Polo Sud, alla foce del Rio delle Amazzoni e pensavo “Com’è eccitante, è così diverso dalla vita che faccio qui a Sheffield”. Non c’erano molti posti in cui andare e l’idea di viaggiare mi attirava moltissimo, ma ci vollero molti anni prima che avessi la possibilità di viaggiare sul serio.
Come ha iniziato?
Andavo all’università e ho iniziato a scrivere, a lavorare poi con i Python e a fare film. Poi nel 1980 ho girato una serie per la BBC intitolata “Great Railway Journeys of the World”, un viaggio da Londra fino al Nord della Scozia, che andò molto bene. Otto anni dopo un regista mi disse che aveva visto il documentario e gli era piaciuto: non era in stile Python, non era buffo, non facevo lo scemo e mi chiese se mi sarebbe piaciuto fare Il giro del mondo in ottanta giorni, cioè ripercorrere le tappe del viaggio di Phileas Fogg senza prendere aerei e con una telecamera al seguito. Risposi subito di sì, e a metà viaggio mi accorsi che era la realizzazione del mio sogno d’infanzia. Ma è stata anche dura, e ho pensato di scrivere un libro su questa esperienza…è iniziato tutto così.
Cos’è che non manca mai nella sua valigia, e cosa invece dimentica ogni volta che viaggia?
Non dimentico mai un piccolo taccuino nero e una penna. Sono le cose più importanti, non mi importa se perdo tutto il resto, ma carta e penna sono vitali perché mi servono per prendere gli appunti su cui poi si basano i miei libri. E posso prendere appunti ovunque, al Polo Sud, nel mezzo delle Cascate Vittoria. Sono la mia vita, in viaggio. Invece dimentico sempre di portare con me una torcia. Quando sono in Inghilterra, basta premere un interruttore e c’è luce. Mentre se sei in Africa o sull’Himalaya, al tramonto piombi nel buio totale perché non ci sono luci elettriche, quindi ti serve una torcia. E io me ne dimentico sempre.
Cosa apprezza di più quando torna a casa dai suoi viaggi?
Cose banali come una tazza di tè, fatta nel modo in cui soltanto gli inglesi preparano il tè. Mi piace la routine. Quando si viaggia, tutto cambia continuamente e ci si deve adattare a varie condizioni – geografiche, fisiche, gastronomiche – mentre quando sei a casa puoi seguire un po’ di routine. A casa mia so esattamente qual è il posto del formaggio in frigo, so come prepararmi una buona tazza di caffè, e altre piccole cose del genere. E poi i giornali… sono drogato di giornali, e non sempre riesco a procurarmeli, quando sono in giro per il mondo. L’altra cosa che mi manca quando sono via sono i tost: sai, a noi inglesi piacciono molto e non è facile trovarli fatti bene. Sono sempre un po’ flosci, e non belli croccanti. Quindi tost, tè, giornali, routine: cose che non apprezzerei se restassi a casa tutto il tempo. Devi staccarti dalle cose che ami, in modo che quando torni le ami ancora di più. Mia moglie è d’accordo con questa teoria (ride, ndr).
Il Biografilm oggi celebra Peter Sellers. Bakshi, in Hollywood Party, dice “Non c’è niente come ridere”. Lei ha fatto ridere e sorridere tutto il mondo… ma cosa fa ridere Michael Palin?
La vita stessa. I Python nascono dall’osservazione. Rido di me stesso quando faccio errori, cosa che capita piuttosto spesso… rido della vita quotidiana, delle cose strane che succedono e che non ti aspetti: la vita e le sue idiosincrasie.
Uno dei marchi di fabbrica dei Monty Python è la satira. E la buona satira è un’arma molto forte, che i Python hanno usato molto bene. Siete mai finiti nei guai per i vostri sketch?
Con Life of Brian sì, è stata la cosa più controversa che abbiamo fatto. Se non ci fosse stato Gorge Harrison a finanziarci non ce l’avremmo mai fatta. Quando coloro che avrebbero dovuto produrre il film lessero il copione, si tirarono subito indietro. Quando poi il film è uscito, ci sono state proteste in varie parti del mondo. In America c’erano cattolici, ebrei, mormoni, battisti, quasi tutte le religioni protestavano fuori dai cinema. Siamo stati una forza di coesione tra le varie religioni, che si univano contro i Python. Però non siamo mai stati censurati in fase di scrittura: potevamo scrivere, e realizzare il nostro materiale. Soltanto dopo arrivavano gli eventuali problemi, come è successo anche in Italia, dove Life of Brian è arrivato quattordici anni dopo la sua realizzazione, il che equivale a una diversa forma di censura, in un certo senso. Non ci è stato mai impedito di scrivere qualcosa – però – e questo è abbastanza singolare, ma è stata una fortuna, perché ci ha dato la possibilità di aprire dei dibattiti, di discutere, una volta che avevamo realizzato qualcosa.
Il lavoro dei Python non è soltanto una delle cose più piacevoli del mondo, ma ha ancora il potere di farci fermare a riflettere. Questo significa che i Monty Python sono senza tempo oppure che certe cose della società non cambiano mai?
Penso che la gente cambi meno di quanto creda. Le circostanze cambiano. Al tempo dei Python non c’erano i cellulari, la gente non se ne andava in giro con le cuffie ad ascoltare musica per strada. Ma queste sono cose superficiali, l’essenza della gente non cambia. Ci sono ancora le persone pompose, che si comportano come se sapessero cosa è giusto e cosa no, ci sono i bulli, i presuntuosi, quelli che si uniscono a strane società, quelli che fanno giochi strani. La stravaganza umana è meravigliosa e c’è sempre. La dieta dei Monty Python era basata sull’eccentricità della gente, e credo che gli show dei Python piacciano ancora per questa ragione: non hanno una particolare connotazione temporale, ma si basano sulla bizzarria del genere umano. E poi perché ci sono sempre nuove persone al potere e nuove persone che ci dicono cosa fare e abbiamo bisogno di rinnovare lo spirito sovversivo che ci fa dire: “Perché dovremmo essere d’accordo con questa cosa? Perché stiamo lasciando che accada? Pensiamola diversamente”. E questa è una cosa che dovrebbe sempre andare avanti.
*****
Già, dovremmo rinnovare più spesso quello spirito che ci fa dire “Ehi, aspetta un momento, non sono d’accordo”.
Quella stessa sera mi ritrovai in sala con il Signor Palin, il mio Compagno d’Avventura/Operatore e Charlie Kaufman. Mi sembrava di essere nell’incipit di una barzelletta. Di quelle che iniziano con un francese, un inglese, un americano… ancora più surreale è stato poi ritrovarmi in un pub (sempre sotto un portico… Bologna: una città, un portico) a bere birra al tavolo accanto a quello del Signor Palin, mentre guardavamo Usa-Inghilterra al maxischermo… ma, dopotutto, se non ti capita qualcosa di bizzarro o surreale in una serata dedicata a Peter Sellers, non so quando altro dovrebbe capitare. Cose bizzarre e inaspettate, come tutto quel finesettimana. Come l’Inquisizione Spagnola.
Grazie ad Alice Boscardin (la “Signorina Ufficio Stampa”) e a tutto lo staff del Biografilm Festival 2010.
Photo (c) 2010 Giuseppe Longo (MisBug) All Rights Reserved.
Per la Parte I clicca qui

Listen to the interview here. But keep in mind:
0:01 You can hear Mr. Palin’s laugh before the interview begins. He was laughing because I was recording the interview using a digital recorder AND an iPhone with a recording App, and I was making sure that they were both on and recording, and I was holding them both in one hand, while holding my notes in the other one. Maybe he thought I was a bit silly. Not “maybe”…for sure.
0:01-9:51 My English is normally much better than this. When I don’t speak to one of my myths, I have a better pronunciation and fluency.
4:50 I don’t know why I said routiiiiiine like that…and I don’t know how could I use the wrong tense some seconds after routiiiiine… I was totally shaking, even though Mr. Palin was so nice and kind and sweet.
9:51 The recording ends with a “I have a last re…”: well, I had a last request for Mr. Palin. And it was an autograph…I told Mr. Palin I have been waiting to meet him for ages, and he seemed flattered (even though he surely heard this kind of things so many times), and he wrote “Now you can stop waiting for Michael Palin!”. Sure, I can stop waiting, but I still can’t believe it.

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Un pensiero su “Biografilm Festival – Parte II (Nobody Expects the Spanish Inquisition!)

  1. ho aspettato di avere un pomeriggio libero per potermi leggere questo tuo post, eprché volevo gustarmelo al meglio (e tu sai quanto i pomeriggi liberi siano merce rara).
    bene, adesso passerò il resto del pomeriggio a ridere per la storia delle religioni coalizzate contro i Python XD
    quest'intervista è bellissima perché è bellissimo il cuore che ci hai messo. e benedetti siano quei pochi miti che ancora ci fanno emozionare…..

    p.s.: grazie per aver sbagliato i tempi in inglese; mi fai sentire meno in colpa per aver detto “I didn't KNEW” (O_O) a chisaitu… 😀

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