Premi Pino 2020

I Premi Pino sono iniziati con la sfida a vedere in un anno cento film (nuovi o vecchi) che non avevo mai visto. Cento prime volte, insomma. Tra quei cento, ne scelsi un tot da segnalare, del tutto arbitrariamente, in categorie stabilite da me, sempre del tutto arbitrariamente. Per questo non si poteva parlare veramente di Oscar – il premio che prende il nome dallo zio di una segretaria dell’Academy – ma di Pino, il premio che prende il nome da uno zio mio. Poi non ho più visto cento film nuovi all’anno, ma sempre un numero sufficiente a mettere in piedi altre edizioni degli ambitissimi premi Pino, che si assegnano dopo i Golden Globe ma prima degli Oscar. Perché zio Pino non è secondo a nessuno.

Pino 2020

Sì, i premi Pino sono fatti (da me) con gli incarti dei Ferrero Rocher (mangiati da me).

PINO WTF 

Succede sempre di pensare ben più di una volta “Cosa diamine sto guardando”, durante la visione dei film di Yorgos Lanthimos, e “La Favorita” (2018) ha portato il contatore del WTF alle stelle. Avrei voluto parlarne facendo la cinefila esperta con occhialini squadrati e maglione nero a collo alto, aria di chi la sa lunga, e ficcanti parallelismi tra Lanthimos e certi registi cecoslovacchi degli anni Quaranta; ma tutto quello che riesco a dire è che La Favorita appartiene a tutti i generi e a nessuno, Olivia Colman è una meravigliosa pentola di ragù napoletano che pippéa riempiendo il mondo del profumo del suo talento, e io in effetti non so niente del cinema cecoslovacco degli anni Quaranta.

Completamente fuori concorso, o in concorso per tutte le categorie contemporaneamente (tranne quella in cui chiedo di ridarmi i soldi del biglietto), c’è anche Parasite (Bong Joon-ho, 2019). Perdersi questo film è fare un torto a se stessi: contiene talmente tanti temi, ritmi, umori, generi, che è impossibile non vi piaccia neanche un po’. Io l’ho amato totalmente.

PINO ARIDATEMI I SOLDI

Nessuno era così ingenuo da aspettarsi che Luca Guadagnino creasse un “Suspiria” all’altezza di quello di Dario Argento. Ma pur sospendendo del tutto il giudizio e accantonando ogni confronto con il Maestro, il Suspiria di Guadagnino (2018) ha deluso ogni aspettativa: la trama era lì già pronta, eppure il ritmo fatto di lentezze troppo lente e climax troppo urlati (più o meno letteralmente) è riuscito a guastare tutto, come quando ti lasciano una lasagna da scaldare per pranzo e tu riesci a dare fuoco alla cucina. Si salva, su tutto, Tilda Swinton. E i costumi. E la scenografia. E quel momento bellissimo in cui il film finisce.
(P.S. Ci sono tanti bei film di Guadagnino, comunque. Non questo, ma ce ne sono.)

PINO SCUSATE IL RITARDO

Avevo sempre creduto di avere un problema coi film di Nanni Moretti. L’hipsteria sfrenata, il disagio sociale ostentato, quella disperata e disperante voglia di una certa sinistra al di là di ogni ragionevole evidenza contraria.
Nel 2019, tra le altre cose, mi sono lasciata persuadere da qualcuno di cui mi fido assai e ho dato una seconda chance ai film nannimoretti (aggettivo di Nanni Moretti), e ho capito finalmente che il mio problema non era con Nanni Moretti, ma con quelli che abusavano delle citazioni e dei personaggi di Nanni Moretti per giustificare uno snobismo francamente insostenibile.
I film di Nanni Moretti di per sé, invece, sono pieni di riflessioni profonde, surreali, piccolissime, pulite, che alternano sereno pessimismo a un tenero ottimismo quasi insensato, e sono attraversati da un’ironia che i sedicenti emuli di Nanni Moretti proprio non hanno.
Scusami, Nanni Moretti.

PINO MADE IN ITALY

Senza nulla togliere allo Straordinario Toni Servillo, il Pino Made in Italy è vinto grazie a uno Straordinario Pierfrancesco Favino nel ruolo di Tommaso Buscetta. “Il Traditore” (Marco Bellocchio, 2019) segue la storia di Buscetta fin dagli anni Ottanta, e con essa attraversa i mutamenti del Paese, e soprattutto le cose che invece non mutano mai. Il film è arrivato vicinissimo a rappresentare l’Italia agli Oscar, come miglior film straniero, ma alla fine non ce l’ha fatta. Ha vinto comunque un Pino, che agli Oscar non ha proprio niente da invidiare.

PINO FILMACCHIONE AMERICANO

“Ad Astra” (James Gray, 2019) ha tutto quello che serve per essere il Filmacchione Americano del 2019: un travagliato rapporto padre-figlio, un complotto scientifico-politico che allunga la sua ombra sul travagliato rapporto padre-figlio, un’ardimentosa fuga-odissea nello spazio per smascherare il complotto scientifico-politico che allunga la sua ombra sul travagliato rapporto padre-figlio, che al mercato mio padre comprò.
Ah, e Brad Pitt, che non è propriamente un attore da colossal, ma in “Ad Astra” sta bene come la mozzarella sulla pizza.

PINO DOCUMENTARIO

La vita di Luciano Pavarotti sembra una cosa facile da raccontare: un rubicondo signore con una voce divina, che diventa famoso e riempie gli stadî. E invece: come ha capito di avere quella voce? Perché è arrivato a riempire gli stadî con gli U2 e Céline Dion? E che si prova a essere la figlia di un’icona? E la moglie? E la ex moglie? E poi, come hanno fatto a intervistare la prima moglie di Pavarotti e Nicoletta, la seconda moglie che si narra essere causa della fine del primo matrimonio, raccontando una storia familiare complessa senza scavare troppo, senza volgarità, e senza schierarsi apertamente a favore di una delle due versioni (Nicoletta ovviamente sostiene che il matrimonio con Adua fosse già abbondantemente finito quando lei e Pavarotti si sono innamorati)?
Pavarotti (2019) è diretto da Ron Howard: ecco, come hanno fatto.

PINO LE VITE DEGLI ALTRI 

Dietro le gag di Stanlio e Ollio c’era un universo. Non so se volessi sapere tutte le cose che racconta “Stanlio e Ollio” (2018) di Jon S. Baird: è stato come aprire il vaso di pandora delle umane debolezze delle persone dietro quei personaggi, ma alla fine la somma di quelle debolezze li fa amare ancora di più. Steve Coogan e John C. Reilly sono tanto bravi da meritare uno di quegli aggettivi di Daniele Piombi tipo “impeccabili”, “superbi”, “magnifici”.

PINO SECCHIO DI LACRIME

Joan Didion – The Center Will Not Hold (Griffin Dunne, 2017)

Una lunga intervista a Joan Didion, intrecciata con il racconto della società americana e della vita della scrittrice, segnata da due eventi in particolare: la morte improvvisa di suo marito John Dunne, con il quale ebbe per circa quarant’anni un rapporto praticamente simbiotico, e – poco dopo, meno improvvisa ma non meno scioccante – quella della loro figlia Quintana.
Didion reagisce alla morte del suo compagno nell’unico modo in cui è capace: scrivendo, studiando, provando a conoscere le cose per illudersi di poterle capire. Tutte, compresa la morte. Il risultato è “L’anno del pensiero magico”, un libro che attraversa i mesi che hanno seguito la morte di John Dunne, e nel documentario di Netflix che vince il Pino Secchio di Lacrime se ne parla parecchio e ne vengono lette alcune pagine.

La morte e tutto il suo tsunami sono sezionati, guardati da vicino senza mai distogliere lo sguardo; studiati, perché conoscere le cose aiuta Joan anche a sentirsi meno smarrita.
Non ci sono molti scritti laici sul lutto, sono tutti intrisi di redenzione o mondi extra terreni. A Joan non interessa questo, a Joan interessa sapere se è normale conservare le scarpe del marito defunto “in caso lui tornasse e avesse bisogno delle sue scarpe”.

È normale, a quanto pare.
Zio Pino, proprio lui, quello dei Premi Pino, non c’è più. È stata una delle persone che più ho amato al mondo, e nel 2019 è iniziato il mio anno del pensiero magico, durante il quale ho sperato ogni giorno che tornasse, e ho provato ogni cosa per accettare che non sarebbe tornato nemmeno se avessimo conservato tutte le sue scarpe e i suoi maglioni a girocollo e le sue camicie e i suoi occhiali e il pettine e il rasoio e i libri e chissà se poi quel libro che gli ho regalato l’ha letto e gli è piaciuto, ho sempre dimenticato di chiederglielo.
E ho sempre dimenticato di chiedergli di persona (al di là dei like su Facebook) cosa ne pensasse del fatto che avevo dato il suo nome a una rubrica del mio inutile blog, avevamo sempre mille altre cose di cui chiacchierare. Ma non tornerà; come John Dunne, e come tutte le persone che si amano e poi muoiono.
Torneranno i Premi Pino anche l’anno prossimo, però: dopo i Golden Globe ma prima degli Oscar, perché zio Pino non è secondo a nessuno.

Premi Pino 2019

Dopo il tombolone, dopo il Golden Globe, ma prima degli Oscar – perché zio Pino non è secondo a nessuno – ecco anche quest’anno l’irrichiestissimo elenco dei film “più (qualcosa)” o “meno (qualcosa)” che ho visto quest’anno (per la prima volta). Continua a leggere

Per andare dove volevo andare

È capitato diverse volte che mi chiedessero “Ma perché proprio le lingue?”.
Chissà se a un ingegnere chiedono mai “Ma perché proprio l’ingegneria?”. Però immagino che ogni corso di studî rechi con sé il suo tormentone, basti pensare ai poveri psicologi che si sentono dire in continuazione “Io capisco un sacco le persone, sono anch’io un po’ psicologo, hi hi hi!”. Continua a leggere

Come essere felicemente bassi e sopravvivere (davvero) ai concerti

Iniziamo con un importante disclaimer: sono bassa. Non così bassa da non poter salire sulle montagne russe a Disneyland, ma abbastanza da mettermi sulle punte per prendere le cose meno costose sugli scaffali del super.
Questa caratteristica, che per me non è mai stata un cruccio – neanche in adolescenza, quando ero cintura nera terzo Dan di crucci – va gestita come tutte le altre cose del proprio corpo: sei miope, devi portare gli occhiali; hai la pelle molto chiara, devi usare sempre la protezione solare in estate; sei basso, devi sapere come muoverti ai concerti.
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